Questo non è un Paese per donne: l'occupazione risale solo al maschile

2021-12-31 16:08:44 By : Ms. Yuhua Sun

Gli italiani tornano a credere nella possibilità di trovare lavoro, le italiane ci provano ma restano al palo. I dati Istat diffusi ieri purtroppo non sorprendono: su tre connazionali non più disoccupati, due sono uomini; 271 mila italiani sono usciti dalla disoccupazione, ma solo 118 mila donne sono state altrettanto fortunate. Ora è vero che nel Pnrr, su proposta del Pd, è stata inserita una clausola di priorità per l’assunzione di donne e giovani nelle imprese che utilizzeranno i fondi del Recovery Plan ma è il contesto a non essere ancora cambiato.  Se in una famiglia ci sono figli piccoli e nessuno che possa occuparsene se non la mamma, sarà meno stressante e addirittura più conveniente economicamente rinunciare al lavoro (magari poco retribuito) per seguire i bambini.

Il punto è questo. Siamo un Paese vecchio, con appena 400 mila nuovi nati nell’ultimo anno, eppure avere bambini viene silenziosamente giudicato una bizzarria, un lusso, un cedimento romantico. Un costo per le aziende, non un vantaggio per il nostro futuro.

O meglio: va tutto bene se si perpetua una visione da Pubblicità anni ‘50, la mamma a casa in grembiule a fare torte e il papà che sfama la famiglia. Siamo inesorabilmente, rocciosamente fermi a quell’Italia là: per questo non si fanno figli. Quando si fanno la loro crescita è solo affare di donne. 

Perciò nelle piccole aziende l’annuncio di una gravidanza fa rabbuiare il “paron”. E quando la coppia siede al tavolo della cucina per decidere il da farsi, visto che arriva il secondo figlio, alla fine si arriva sempre alla stessa conclusione: «Che facciamo?» «Stai a casa te, il tuo stipendio non basterebbe neppure per la baby sitter». Luoghi comuni? Macché. I dati Istat confermano che la storia raccontata due anni fa da Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea nel film “Figli” è ancora tutta vera. Inscalfibile e infatti non scalfita. Certo, il discorso cambia per una laureata che intravvede percorsi di carriera e buoni stipendi, o per chi lavora nella pubblica amministrazione e può contare su orari più elastici, ma per una vasta maggioranza di italiane la scelta è ancora tra una vita da acrobate e la rinuncia all’indipendenza economica nonché, spesso, al legittimo diritto di far fruttare gli studi compiuti.

La pandemia ha esasperato la situazione. Un anno di scuole chiuse ha reso ancora più pesante il bilanciamento lavoro-famiglia. Nel 2020 ci sono state 42 mila dimissioni di neo genitori: il 77 per cento erano mamme che avevano deciso di gettare la spugna. Perché, va ripetuto fino alla noia, se in una coppia lui guadagna di più e non ci sono nonni disponibili o asili accessibili, alla fine chi rinuncia al lavoro è sempre lei. Con strascichi negativi sul budget familiare e spesso anche sull’autostima della rinunciataria.

Va cambiata la mentalità degli uomini: colleghi, capi, mariti. Valeria Fedeli, senatrice Pd che con l’economista Tommaso Nannicini ha firmato un disegno di legge ad hoc, il numero 2125, evidenzia quella che dovrebbe essere una verità condivisa da tutti e a tutti i livelli: padri e madri devono avere gli stessi congedi parentali, al 100 per cento dello stipendio, mentre oggi alla madre viene riconosciuto l’80 per cento e al padre zero. E deve essere introdotto anche in Italia il part time di coppia: se tutti e due i genitori lavorano, tutti e due possono usufruire del part time, in giorni diversi e con incentivi per le aziende che lo adottano.

Ha funzionato nella maschilista Germania, perché non possiamo adottarlo anche noi? A che serve avere i dati dell’Istat se poi non si rimedia a una situazione che vede l’Italia arretrata ed economicamente penalizzata per questo? 

Oggi entra in vigore la parità salariale tra uomo e donna, ma ci sarà sempre un modo per retribuire in modo diverso fin quando il tempo da dividere tra lavoro e famiglia non riguarderà uomini e donne. Fin quando gli uomini non puliranno il bagno e non faranno il semolino al pupo.